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I Carnival – Se non mi tengo volo

mercoledì, gennaio 27th, 2016

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Un disco formato da energia pura, ironico, dissacrante e dai testi volutamente caustici e maleducati, questo è “Se non mi tengo volo”, secondo album targato “I Carnival”, 4 ragazzi liguri insieme dal 2013.

Se non mi tengo volo” è uscito a fine novembre, prodotto dagli stessi Carnival e da La Clinica Dischi nei cui studi di Sarzana (SP) è stato anche mixato e registrato.

9 brani politically incorrect dalle tinte forti in cui basso, batteria e chitarra riescono a creare un buon Italian Rock dagli impulsi sonori di ottimo effetto.

Se volessimo catalogarne il suono potremmo accostarlo ad un solido hard rock a tratti influenzato dal funky e dal rhythm’n’blues, ma sicuramente originale e personale e, aldilà di qualsiasi dubbio, italiano a tutti gli effetti.

Un album che possiamo definire come sicura evoluzione rispetto al primo lavoro Superstellar, musicalmente poco frizzante e piuttosto ripetitivo. Un cambio di marcia che ha investito anche il cantante Leonardo Elle, adesso più sicuro ed incisivo con il suo strumento, dotato di un’ottima capacità di virare dalle basse alle alte tonalità e viceversa.

Certamente la scelta di cantare in italiano è coraggiosa e voluta proprio per rendere il più immediato possibile il significato del loro messaggio. Uno spirito ribelle e scevro da schemi e imposizioni che possano venire dall’alto pervade l’intera opera.

Brani come E me ne sbatte il cazzo, Ora che non ho più te, Furia fuggitiva e Tutti i vizi che ho, sono proprio la dimostrazione di quanto detto.

Il modo di scrivere i testi ricorda molto un grande cantautore del passato, anche lui dall’animo profondamente ribelle e fuori da ogni schema, purtroppo scomparso prematuramente ed improvvisamente: Rino Gaetano.

In conclusione, “Se non mi tengo volo” è un disco lontano dall’essere prevedibile e noioso bensì vario e gradevole nel quale I Carnival sono riusciti a dimostrare, con consapevolezza, una raggiunta maturità musicale.

John Tag (www.facebook.com/johntag.rock)

https://www.facebook.com/icarnivalofficial

https://soundcloud.com/icarnival/sets/se-non-mi-tengo-volo/s-nhFuK

https://play.spotify.com/album/6K8XCxWATLtieUuwNxCbRn

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Tiziano Giagnoni – “Lungo Questa Strada/The Road We Wander”

lunedì, gennaio 25th, 2016

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Un uomo, una storia, whispers, una terra, una strada da raccontare e da vivere, home, risate, memory and time, pianti, dancing and singing, dolore, shadow, gioia, nostalgia, silence, sogni e amore. Ecco, questo è ciò che “Lungo Questa Strada” o “The Road We Wander” se preferite, riesce a lasciare nella nostra anima, una consapevolezza diversa fatta di semplicità e libertà, con l’imperfezione che solo l’uomo nella sua fragilità può avere.

Tiziano è un uomo come tutti noi. Questo non è il suo primo album. In molti anni il cantautore maremmano ha sperimentato sonorità completamente differenti tra loro, dal Blues più classico (Banana Blues) al Trip Hop stile Massive Attack e Chemical Brothers fino a spingersi nel lontano Tennessee a suonare il Bluegrass più puro.

Oggi con questo disco Tiziano sembra aver raggiunto una maturità artistica diversa da molti altri suoi colleghi. L’album, fatto di sonorità semplici tendenti al Pop ma anche al Country, passa per il blues di Bakersville, fino a strizzare l’occhio ai Beatles e Leonard Cohen; tutto coronato da un’espressività sincera e fresca, ma soprattutto mai banale. Qualità sempre più rara nei nostri tempi.

Parlando direttamente con Tiziano si ha come la percezione che il sentimento che guida da anni questa persona sia solo ed esclusivamente l’amore nella sua forma più pura. E’ vero, questo disco è composto da canzoni d’amore ma non è l’amore che viene cantato nel 90% della discografia mondiale. E’ amore che cambia, che si trasforma! Amore per una persona certo, ma anche per le cose semplici della vita. Prendiamo ad esempio “L’acqua va“, uno dei miei pezzi preferiti nel disco: qui si parla di un elemento che da secoli ha un moto perpetuo, che fluttua via, che cambia, che ci trascina via …e dove va?! Non lo sappiamo! Esattamente come noi, come le nostre umili storie.

Non so da dove vengo, non so dove andrò, e sarà un altro passo, solo un po’ più in là“.

Personalmente quando ho ascoltato questo verso ho trovato l’essenza del vivere giornaliero che ognuno di noi attua inconsapevolmente. Camminare in silenzio nella notte, fischiettare un trallallà qualsiasi, condividere un pensiero con chi amiamo: questo è il disco in questione.

Emozioni, forza, contatto, spirito, terra, polvere, pane e libertà. Tutto da poter condividere e da vivere a proprio modo. Sicuramente questo sarà un album che parlerà di te, così come ha parlato a me e a chi lo ha ascoltato la prima volta (P.S. vi parlerà anche in inglese visto che le canzoni sono state registrate in due lingue). E se tu, lettore di questo articoletto, dovessi incontrare Tiziano un giorno e magari fargli notare alcune piccole imperfezioni del disco, allora lui ti sorriderà ed esclamerà quella che è l’unica verità possibile al momento su questa terra, e cioè che “l’imperfezione è la migliore perfezione umana”. Anche lui credeva di poter cambiare le cose, ma si sbagliava perché nessuno può fare di più di quel che fa.

La morale di questa favola o di questa recensione, come amano chiamarla gli “addetti ai lavori”, è una sola: vivi la tua vita adesso! Scendi in strada e cammina! Esplora ragazzo mio! Cosa potrà mai succedere?! Se non scoprire le proprie virtù e le proprie fragilità; in due parole : la nostra bellezza.

Perciò ama con tutte le forze che hai e mentre camminerai lungo questa strada magari sentirai in lontananza un uomo con i capelli lunghi suonare in finger­picking che con voce forte e delicata toccherà il tuo cuore. Non sta facendo nulla di eccezionale è vero…
 
Gioca solo alla vita…Lungo Questa Strada.  

Federico Resta

Ascolta “Lungo Questa strada/The Road We Wander su:
Spotifyhttps://play.spotify.com/album/1bfZzqrTAzYPAJ6nYyLhpN
 
o acquistalo su: 
iTuneshttps://itunes.apple.com/us/album/the-road-we-wander/id981392660
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I PICARI – RADIOSI SALUTI DA FUKUSHIMA (autoproduzione)

sabato, gennaio 10th, 2015

copertina

Arrivano da Perugia e fanno folk-alternative. Si presentano così I PICARI che il 29 Novembre 2014 esordiscono con l’album “Radiosi Saluti da Fukushima” registrato al Cura Domestica studio di Perugia da Francesco Federici e Daniele Rotella (Mastering Umberto Ugoberti).

L’album ricalca quei percorsi sonori tipici del folk con un iniezione di rock potente sostenuto dalla voce importante del cantante Lorenzo Melloni che fa assolutamente la differenza nelle canzoni. Importanza dunque ai testi che reggono bene l’intero asse parole-musica. Forse il lavoro a tratti risulta essere un po’ ripetitivo ma questo è tipico delle composizioni folk, genere che spesso si gusta meglio dal vivo ad un concerto che su supporto fisico. Disco comunque complessivamente positivo e band promettente.

Web: http://www.ipicari.com

Facebook: https://www.facebook.com/IPicariFanPage

Twitter: https://twitter.com/MelloniLorenzo

Soundcloud: https://soundcloud.com/i-picari/

Beggar Town, il nuovo disco targato Cheap Wine

venerdì, novembre 7th, 2014

A cura de Il Cala

Beggar Town, il nuovo album dei Cheap Wine è un disco di contrasti, di contraddizioni e di battaglie. È un album ricco, denso, niente affatto superficiale, che richiede ascolti attenti e che dimostra ampiamente l’amore ed il rispetto con cui la band pesarese si approccia alla musica ed al giudizio del pubblico. Un album dove si è in dubbio se partire o fuggire, si combatte con la propria coscienza e con la propria morale, si è in precario equilibrio tra disperazione e speranza, tra rabbia e perdono, tra vendetta e ricostruzione.

Un album dove, musicalmente, questa serie di duelli irrisolti vengono simboleggiati dal ruolo della chitarra di Michele Diamantini e del piano di Alessio Raffaelli; quest’ultimo è il protagonista indiscusso di diversi pezzi, con il suo suono honky tonk, le sue nenie quasi da carillion, il suo incedere sempre comunque trascinante, a cui si contrappone la chitarra di Michele, che spesso esprime sentimenti di fuga ed esplosioni di rabbia, sempre mitigati e in contrasto con il suono del pianoforte. Sembra, più di una volta, quasi come se i due bravissimi musicisti vogliano “imporre” all’altro il proprio riff, decidendo in che direzione vada il pezzo e da questa dicotomia nasce buona parte delle atmosfere dell’album.
Un disco cupo, teso, canzoni che sembrano sul punto di deflagrare ma si avvolgono su loro stesse. Disco come detto molto pianistico e di conseguenza con alcuni rimandi al Tom Waits fumoso, quello che canta immerso nel tabacco e nell’alcol, capace con tre accordi di spaccarti il cuore. Ma se Tom Waits porta il fumo dei locali e il gusto amaro in bocca, a questo disco partecipano anche le tensioni oscure e malate di diversi brani di Steve Wynn e il Bruce Springsteen pessimista e disperato di alcune canzoni presenti in Nebraska e Devils and Dust.

Le prime tre canzoni delineano un paesaggio spettrale, un luogo in rovina; la nebbia che avvolge le strade in FOG ON THE HIGHWAY è quella che nasconde la vera realtà delle cose e del mondo che ci circonda; già dal primo pezzo entrano in scena i contrasti di cui parlavo all’inizio: il bene ed il male, l’onestà e la tentazione, la bontà e la cattiveria, gli angeli e jesse james; in un mondo dove tutto è in dubbio, niente è più vero, anche la giustizia diventa mera opinione, mutabile e volatile. Il primo risultato di questa situazione è che la nebbia si trasforma in fango, fango che, misto a merda, ricopre sogni, speranze e ambizioni; incontriamo in MUDDY HOPES due personaggi chiave, la strega e la fata, una ride, l’altra muore, il male sembra avere la meglio, ma ci ritorneremo sopra.

BEGGAR TOWN, title track e primo singolo, diradata un filo la nebbia, ci racconta dove siamo finiti: è morta la speranza, le illusioni crollano e siamo costretti a rinunciare ai nostri sogni; nulla resta oltre al mendicare, un pasto, un reddito, una dignità, una vita. BEGGAR TOWN è la CITTÀ PIENA DI PERDENTI di cui si parlava circa 40 anni fa in New Jersey, solo che ora non ce ne possiamo andare, né possiamo sperare di vincere. Il Re di questa città è il burattinaio dai mille volti e mille nomi che tutto manovra e tira i fili delle nostre esistenze; un nemico troppo grande da combattere e troppo oscuro da identificare, unica scelta possibile, adorarlo, perchè sulle nostre disgrazie e sulle nostre lacrime è fondato il suo regno. Arrivati a questo punto, sembra improbabile andare avanti, serve una svolta, che le successive 4 canzoni cercano di delineare. La scialuppa di salvataggio in LIFEBOAT è inevitabile; fermate tutto, io scendo, me ne vado, fuggo dalla nebbia, dal fango, dai mendicanti. Arriva, a sostenere il protagonista nelle sue scelte un coro, come nel teatro greco, che afferma con forza la bontà delle sue intenzioni.
È il momento, è il TUO momento, ecco cosa dice, con atmosfere da west coast YOUR TIME IS RIGHT NOW: mettiti in cammino, cerca la verità, cercala nel viaggio, cercala dentro te stesso e la troverai, troverai la luce.

KEEP ON PLAYING e CLAIM THE SUN  sono due pezzi che vanno a braccetto, si completano e formano un unico messaggio: il vagabondo che trova nella musica l’unica forza, l’hobo che bene conosciamo noi che sogniamo il ritorno di Woody Guthrie, proprio nella musica ha la sua luce, la sua verità, così come l’uomo onesto e vero trova nella sua coscienza la forza per restare ritto ed integro; la musica, la coscienza, sono queste le armi che abbiamo per riprenderci ciò che ci spetta e trascinare altri con noi, per poter finalmente pretendere quello che è nostro, pretendere un futuro luminoso, pretendere il sole.

Nell’aneddoto di UTRILLO’S WINE si nasconde la minaccia del male, che non vuole darcela vinta; la dipendenza, nemica della creatività che rende cattivi anche chi ha animo buono e buone intenzioni.

Arriviamo quindi a DESTINATION NOWHERE, l’altra faccia del viaggio, visto come fuga, sconfitta, rassegnazione; ci abbiamo provato, sembra dire la canzone, ma non andiamo da nessuna parte; unica speranza, quella, un giorno, di ritornare, di risorgere, anche se ora il sole che pretendevo nel pezzo precedente, sta tramontando su una piazza deserta. Ritorna quindi forte il dualismo tra bene e male e tra buoni e cattivi, perchè in tutto questo, ancora non è chiaro chi sia davvero buono, cosa sia realmente giusto. BLACK MAN parla di compromessi, di decisioni sbagliate, ma in un certo senso rese obbligate, parla di valori che non ci sono più e di scelte di campo. Se è la mia dignità ad essere in gioco, allora voglio stabilirne il prezzo, voglio che mi renda qualcosa.

Il climax di questo tormento lo si raggiunge in I AM THE SCAR dove non esiste più speranza, né illusione, né voglia di sistemare le cose; tutto ciò ha lasciato il posto alla rabbia sorda, al furore, alla voglia di vendetta; fucili, tombe e cicatrici, sembra che la BEGGAR TOWN alla fine, porti solo a questo e non a caso, per la prima volta la musica, spesso trattenuta, esplode realmente, in un boato rancoroso e cattivo.
Posta alla fine del disco, I AM THE SCAR getta un’ombra assai inquietante sul mondo visto dai CHEAP WINE e sulle possibilità che si possa uscire da questa situazione.

Ma per fortuna, l’ultimo pezzo è una grande, grandissima dichiarazione di speranza; la strega e la fata di cui si parlava in MUDDY HOPES ritornano per dirci che no, non tutto è perduto, perchè la fata, simbolo di speranza ed ottimismo, è viva, vola ancora, vola in alto ed ha delle ali bellissime. Perchè le ali della nostra fata sono quelle di una persona meravigliosa, che nel breve, brevissimo tempo che è stata con noi ha lasciato un’impronta indelebile, indimenticabile e che ci fa urlare a gran voce che possiamo vincere, perchè è enorme la forza che lei ha lasciato in chi le è stato vicino fino all’ultimo e il ricordo che ha lasciato in chi, come me, le ha parlato solo un paio di volte, ma ricorderà per sempre il suo sorriso. Alla fine è l’amore la chiave di tutto, l’amore che ci da forza e grinta, che ci fa trovare pace e voglia di andare avanti. L’amore è il motore.

LA PAURA DEL BUIO NON PREVARRÀ si canta in THE FAIRY HAS YOUR WINGS, perchè le ali che abbiamo ricevuto ci renderanno capaci di volare sopra tutte queste rovine e ricostruire qualcosa di nuovo, come da un lutto, da una perdita, da una tragedia si può rinascere, ripartire, vivere.

Grazie.

http://www.cheapwine.net/

http://it.wikipedia.org/wiki/Cheap_Wine

Virgo – “L’appuntamento”

martedì, marzo 18th, 2014

L'album d'esordio dei Virgo,

L’appuntamento”, album dei Virgo, gruppo rock di Vicenza in via d’affermazione, si può definire un viaggio, una perlustrazione di sfere sensoriali, posti fisici riconoscibili e persone dove la mente si muove.

La musica è molto intensa, ora riflette il moto del pensiero come ne “Il tempo della memoria”, ora tutta la frenesia del circostante che distingue l’io da quel poco di buono che c’è attorno a lui. Nei brani si avverte l’implicazione insieme di mente e corpo nella vita, nel quotidiano, nei luoghi frequentati, negli spazi anche piccoli. Il viaggio di conscio e subconscio riguarda tutta la persona, la accompagna dal mondo onirico come in “Non ti sogno più” fino al luogo fisico dell’incontro anatomico di due corpi che “si studiano” in macchina. 

L’intensità non viene meno se ad essere implicato è il rapporto fisico, inteso più come scambio di emozioni, conoscenza di due universi sensoriali attraverso il legame: «vieni a vedere due mani che si incontrano […] conosco un posto che fa per noi» recita un verso del brano intitolato “Via Salomone”, che lascia intendere un riferimento autobiografico, fisicamente dato, al quale sono legati episodi di conoscenza e senza tuttavia perdersi nella concretezza del dato.

Posti fisici e identificabili come “correlativi oggettivi”, capaci di riportare a galla la memoria sommersa, in cui l’unico spazio-tempo possibile appare quello dato dall’essere per l’altro (sono io ora per te) in mezzo a una realtà che altro non è se non “un’utopia corrotta” (da “Il Tempo della memoria”).

E l’incontro tra sensi, luogh, posti, ricordi è fissato proprio al centro delle varie componenti: “L’appuntamento”, brano centrale non a caso, dà anche il titolo all’album.

By Stefania Papara

Videoclip “L’appuntamento”

http://www.youtube.com/watch?v=6PqzgCo3m-c

https://www.facebook.com/pages/VIRGO/120318194751830

Simone Olivieri – “My Lungs Are Full Of Sand”

venerdì, febbraio 21st, 2014

La copertina del nuovo ep di Simone Olivieri

A tutti coloro che sono rimasti alle canzoni italiane in stile Sanremo, propongo di aprire gli occhi sulla nuova musica italiana ascoltando questo EP di Simone Olivieri.

Già ormai alla terza fatica, il cantautore romano pubblica il nuovo “My Lungs Are Full Of Sand”, quattro tracce di rock alternativo, ricche di personalità e semplicità.

In realtà, questa raccolta di italiano sembrerebbe avere ben poco: testi in inglese sullo stile dei Beatles e chitarra acustica che fa molto alternative-rock; la linea seguita è quella dei Sigur Ròs, gruppo islandese che ha reso l’alternative molto di moda negli ultimi anni. Il tocco italiano, però, si sente; non tanto nella voce di Simone quanto negli arrangiamenti dei pezzi che riportano alla mente i tipici suoni della tradizione nostrana. Ciò che ne viene fuori è una specie di folk, molto particolare ed interessante.

La voce giovane e fresca del cantante si amalgama perfettamente con gli arrangiamenti semplici ed allegri, formati da molti strumenti (armonica, fisarmonica, harmonium..) sui quali spicca la semplicità della chitarra acustica. Una nota particolare va ai testi, che trasportano ad una dimensione onirica, quasi psichedelica.

Simone Olivieri

L’EP si apre con “Play Along”, una canzone spensierata con tanto di video ufficiale su YouTube (ce ne sono molti altri di Simone Olivieri e consiglio di darci un’occhiata).

Molto più peculiare ed interessante è “Corner Shapes”, contenuta anch’essa in “My Lungs Are Full Of Sand”: è quasi un walzer, riporta alla mente le sagre di paese; la voce è leggera, giovane, senza pretese. Da questo ultimo lavoro si evince la piega che Simone vuole dare alla sua carriera: rispetto alle canzoni pubblicate gli anni scorsi infatti, il sound è più maturo, più personale e sicuro, così come anche la voce; inoltre, aggiungere alla nuda chitarra il suono degli altri strumenti è stata un’idea vincente e personale, che fa risultare i brani meno semplici e più sullo stile dell’alternative-folk.

Concludendo, ritengo che “My Lungs Are Full Of Sand” sia da ascoltare, nella convinzione che questo artista possa sicuramente migliorare ancora e trasformarsi da pietra grezza a punta di diamante del panorama alternative italiano.

https://www.facebook.com/simone.olivieri.musica

https://soundcloud.com/simoneolivieri

http://www.youtube.com/user/SimoneOlivieriVideo

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