Fabrizio Frigo and The Freezers

venerdì, gennaio 9th, 2015

Sono la capacità di materializzare vivi i sentimenti, una vividezza pittorica, abilità affabulatorie uniche, a rendere indimenticabile la decina di canzoni che i Fabrizio Frigo and The Freezers sistemano nel loro primo album, il quale sembra cogliere lo spirito di un’epoca e/o generazione, con una precisione da uomini vissuti. Non si tratta della solita band, che saltata sul variopinto carro dell’acid rock, non ha il talento poi necessario per elevarsi. Tutt’altro! I cinque ragazzi di Firenze si destreggiano con abilità tra riff di chitarra violenti e inevitabili synth, mettendo in scena quanto sognava di fare da grande Fabrizio Frigo: cantatore immaginario e il regista teatrale, colui che disegna i fondali davanti ai quali disporre personaggi che raccontano storie. E’ sul finire del 2012 che la band, dopo un viaggio tra i paesaggi calabro/lucani, erige il sensazionale ponte tra passato e presente, confezionandolo in Donsusai, album in uscita oggi ,registrato presso il Running Dog Studio di Brisighella e mixato presso il Multiverso Studio di Firenze.

La partenza con ””Expò Melò”, ritmica sostenuta a pari merito dalla batteria di Enzo Frigo, condita da synth che si rincorrono, la fanno da padrona. Un’elettronica leggera e malinconica che vira verso climi che trovano il giusto mezzo tra latente energia e maestosità drammatica. Canoni che vengono mantenuti in “Lo Spazio Inutile”: testo che scivola sulle melodie senza attriti, malinconico quanto basta a leccare le ferite, e rassicura il cuore incerto (E inventeremo un’altra idea di spazio inutile noi due, perché riusciamo a stringerci allo spazio inutile). La voce di Tony Frigo dà quel senso di catarsi mancata ed eternamente offerta in dote, donando cosi ulteriore risonanza alle parole delle canzoni. In “Nella Noia” risulta tutto più straordinario: copiosità lessicale e profondità poetica, in cui la compassione si mescola al cinismo, le osservazioni mordaci all’abbandono sentimentale.

Ciò che ricordi alla fine dell’ascolto è il mostruoso muro del suono eretto da Paolo Frigo (chitarra), Franco Frigo (synth), Elia Frigo (basso), Enzo Frigo (batteria), che raggiunge l’apoteosi ne “Il Treno delle 3:00 a.m”.

Questo lavoro altro non è che un piccolo grande prodigio di buon gusto e capacità di sintesi, ammaliante percorso in cui di continuo ci si imbatte in intarsi strumentali mozzafiato. Rimane una delle promettenti uscite del 2015: fra ricercate ridondanze, innumerevoli i segni di un talento che assecondano ogni istinto creativo.

 Marianna Alvarenz

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